PRIMO ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO DEL PROGETTO ITALIA TRASPARENTE: CHIESTE LE TABELLE DEGLI IMPIEGHI DELL’AUTORITA’ NAZIONALE ANTICORRUZIONE – 11 maggio 2017

PRIMO ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO DEL PROGETTO ITALIA TRASPARENTE: CHIESTE LE TABELLE DEGLI IMPIEGHI DELL’AUTORITA’ NAZIONALE ANTICORRUZIONE – 11 maggio 2017 –

La prima richiesta di accesso civico generalizzato (ACG) del Progetto Etpl Italia trasparente è stata inviata oggi e può essere scaricata DA QUI. È stata inviata, come previsto, all’Autorità presieduta da Raffaele Cantone dall’Associazione Ficiesse e del Sindacato Pensionati Italiani Spi-Cgil.

GLI ATTI E I VIDEO DEL CONVEGNO FICIESSE SULLE LOGICHE ETPL

LA P.A. CHE CI MERITIAMO: INSIEME SI PUO’ – 4 marzo 2016 –  Gli atti del Convegno tenuto il 4 marzo 2016 a Roma, Palazzo Valentini, dal titolo: “L’Italia che ci meritiamo: insieme si può” possono essere scaricati DA QUI. – INTRODUZIONE – Gli ultimi decenni hanno sconvolto il quadro economico, sociale e politico del nostro paese. Dopo molti anni di politiche emergenziali, blocchi stipendiali, tagli lineari, patti di stabilità, provvedimenti autoritari basati soltanto su logiche finanziarie, è giunto il momento di affrontare i problemi in modo più uniforme, semplice e comprensibile a tutti.

Dobbiamo incoraggiare le sinergie tra lavoratori pubblici, sindacati, imprese, cittadini e organizzazioni civiche in ogni singolo territorio per riuscire, insieme, a controllare la qualità e la quantità della spesa, migliorando nel contempo la vita degli italiani e la competitività del sistema/paese.

Per far questo è necessario intervenire contemporaneamente su tre dimensioni:

  • quella del sistema di contabilità economica, che va semplificato, uniformato e reso obbligatorio in tutte le pubbliche amministrazioni;
  • quella della trasparenza dei dati su organizzazione, obiettivi, risultati e outcomes;
  • quella dell’indirizzo e del coordinamento degli stakeholders presenti in ciascun territorio, compresi, tra questi, i Comuni e le Regioni per i servizi resi nei loro ambiti di competenza dalle amministrazioni centrali.

Insomma, un “approccio integrato” che noi abbiamo chiamato PROGETTO ETPL, acronimo che, appunto, sta per efficienza, trasparenza, partecipazione e legalità, che abbiamo presentato per la prima volta nel 2012 e che abbiamo aggiornato alle importanti novità dell’accesso civico e del Freedom of information act italiano dei decreti Madia che stanno per essere licenziati dal Governo.

I video degli interventi (Zavattolo, Taccalozzi, Fortuna, Rughetti, Ottavi, Perino) cono disponibili alle seguenti pagine http://www.ficiesse.it/home-page/10316/ e http://www.giuseppefortuna.it/?p=3810. 

DALLA STAMPA – I BUROCRATI E IL PASSO CHE MANCA – Sabino Cassese sul Corriere della Sera (29 gennaio 2016)

DALLA STAMPA – “I BUROCRATI E IL PASSO CHE MANCA” – Sabino Cassese sul Corriere della Sera del 29 gennaio 2016 –

«Un buon passo avanti», l’ha definito il presidente del Consiglio dei ministri. Dei primi dieci testi di riforma amministrativa conosciamo i titoli e la direzione di marcia, che è quella giusta, nel segno della semplificazione. Qualche anno fa, venne calcolato in una decina di giorni per anno il tempo sottratto in media a ciascun italiano maggiorenne dai contatti con la burocrazia. Se un governo riuscisse a restituire anche la metà di questo tempo agli italiani (e a eliminare le rendite parassitarie dei mediatori che servono ad agevolare questi rapporti), compirebbe una fondamentale opera di giustizia risarcitoria. Ma semplificare non è facile, perché gli stessi governi che si propongono questo obiettivo, spesso per giusti motivi (ad esempio, aumentare la trasparenza e ridurre la corruzione), introducono nuove complicazioni.

Questo primo pezzo della riforma viene annunciato con un misto di aggressività (licenziamento dei «furbetti») e di timore (per gli esuberi che produce). Poiché in un’amministrazione ben funzionante c’è poco spazio per «furbetti»(e per corrotti), non si vede perché non fare il primo passo migliorando il modo in cui funziona la macchina dello Stato. La spiegazione va forse cercata in una certa ambivalenza della riforma amministrativa, che spinge il presidente del Consiglio dei ministri a usare il tema dell’anti-burocrazia, senza tuttavia andare fino in fondo.
Renzi sa che i vizi del pubblico impiego sono censurati anche in Quo vado? , ma con occhio divertito e tutto sommato benevolo, e che il pubblico dipendente è diviso tra la difesa dei suoi piccoli privilegi e la sofferenza per un sistema complessivamente poco funzionante, di cui quei piccoli privilegi fanno parte.
Il «piatto forte» della riforma deve ancora venire. È la nuova disciplina della dirigenza (per ora ci si è limitati ai dirigenti sanitari, con una soluzione di compromesso), per la quale si deve uscire dal vicolo cieco del sistema di patronato politico imboccato alla fine del secolo scorso,aprendo nuovi canali di promozione a «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» (è uno dei sogni costituzionali rimasti inattuati).

E deve ancora venire il coinvolgimento della pubblica amministrazione nell’opera di riforma. Come osservò qualche tempo fa un acuto osservatore francese, noi italiani mettiamo troppa enfasi sul testo: fatta la legge, pensiamo che sia fatta la riforma. Perché i buoni intenti legislativi e governativi divengano realtà, occorre una cabina di regia, la preparazione della burocrazia al cambiamento, un accurato monitoraggio dell’attuazione e dei risultati, la segnalazione dei punti da correggere. Le riforme amministrative non si compiono da un giorno all’altro, con una sola decisione. Finora, il governo ha dato prova di attivismo, ma non è riuscito a far passare nelle istituzioni il «soffio repubblicano» (Léon Blum adoperò questa espressione al termine della sua esperienza di governo). Tra azione di governo e azione amministrativa vi è ancora scollamento, continue difficoltà, scarso dialogo. Questi si faranno sentire in particolare nella traduzione in realtà del disegno riformatore, che deve ancora affrontare il difficile percorso parlamentare di esame dei decreti delegati approvati dal governo.

DALLA STAMPA – IL MESSAGGERO.IT: IL BONUS A PRESCINDERE UNA PIAGA DI SISTEMA di Francesco Grillo

DALLA STAMPA – “IL BONUS A PRESCINDERE UNA PIAGA DI SISTEMA” – Francesco Grillo su Il Messaggero – 12 gennaio 2016 – 

La riforma dell’amministrazione pubblica italiana oppone al cambiamento una resistenza che – nel caso dei dipendenti del Comune di Roma – arriva al punto di preferirgli quello che assomiglia ad un suicidio. Proviamo seriamente a riflettere sui motivi per i quali  – dopo 25 anni di battaglie titaniche – torniamo sempre alla casella iniziale nel gioco dell’oca che ha come traguardo quello mitico della valutazione della produttività dei dipendenti pubblici.
Ora che il governo diverso sta per ingaggiare la sua battaglia campale e che i nodi delle riforme incompiute stanno venendo drammaticamente al pettine, è arrivato, forse, il momento di cambiare metodo. Il momento di sostituire l’idea stessa di una “riforma” complessiva da imporre con una legge dello Stato, con quella di un progetto di trasformazione organizzativa che inizi, pragmaticamente, dalle amministrazioni che sono più pronte. Ma anche dalle emergenze più eclatanti – come quella che riguarda la Capitale – che presentano il vantaggio paradossale di non poter essere più rinviate con l’ennesima proroga.
La vicenda del “salario accessorio” al Comune di Roma mostra nella Capitale l’ennesima piaga di sistema. Va detto subito che i dipendenti del Comune rischiano di perdere una quota dello stipendio solo per avere sciaguratamente rifiutato – con un referendum di qualche mese fa – un accordo tra giunta comunale e sindacati. Un accordo che aveva almeno il merito di legare ad un qualche elemento di produttività il salario “accessorio” che per anni è stato distribuito come se fosse fisso, cioè a pioggia.
Come argomentava Oscar Giannino su queste colonne ieri, è evidente che occorre un intervento definitivo che riporti alla certezza del diritto ciò che oggi vive in un’incertezza creata da leggi contraddittorie e dagli abusi che vi si annidano regolarmente, generando intollerabili posizioni di comodo.
L’urgenza di salvare la Capitale dal caos totale può, però, diventare un’opportunità: potrebbe convincere tutti a fare proprio a Roma  l’investimento di competenze necessario a costruire un sistema di valutazione semplice e condiviso che – dopo anni di convegni e patetiche imitazioni di ciò che succede nelle aziende private – manca quasi dovunque.
Ancora più preoccupante è, infatti, la circostanza che la finzione dei salari accessori sia questione molto più estesa e sistematica: riguarda altri enti locali e le aziende pubbliche; le Regioni, le università e gli stessi ministeri; non solo gli impiegati ma anche i dirigenti.
Essa si fonda, non solo, sulla diffidenza che buona parte dell’amministrazione pubblica oppone a qualsiasi tentativo di differenziare carriere e risorse allocate alle istituzioni sulla base dei risultati; ma anche sulla convinzione sbagliata che possa bastare uno dei “tavoli” che regolarmente le istituzioni convocano quando rischiano di essere travolte dall’emergenza, per dare alle amministrazioni competenze che non hanno.
Al dipartimento Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio che, pure, è la struttura che deve guidare la modernizzazione dell’amministrazione pubblica italiana, il 91% dei 150 dirigenti di seconda fascia riceve ogni anno esattamente lo stesso stipendio fino all’ultima cifra decimale (88.192,73 euro all’anno): ciò significa che sono assolutamente fisse le voci della busta paga definite “parte variabile” dalle stesse tabelle stabilite dall’amministrazione pubblica.
La realtà è che quasi tutte le amministrazioni italiane sono impreparate all’idea di misurare la prestazione: pretendere – come ha fatto il ministro Brunetta con la legge attualmente in vigore – di voler togliere fondi a chi la valutazione non la sa o può fare, significa innescare una bomba ad orologeria destinata ad esplodere in maniera, peraltro, casuale.
Che fare, dunque? La proposta è quella di rinunciare all’idea – tanto ambiziosa da diventare velleitaria – di poter cambiare tutto dall’alto ed in maniera sincronica. La riforma – se c’è – deve diventare un cantiere di trasformazioni da portare a realizzazione per settore – cominciando magari da quelli dove è più facile mettersi d’accordo su cosa misurare, ad esempio scuola , turismo, sanità – e per singole unità organizzative che vogliono fare da esploratori in un processo che deve poter ammettere la sperimentazione.
Evitando di mettere tutto insieme e di creare la complessità nella quale si sono persi tutti. Premiando chi accetta la sfida (una possibilità potrebbe essere di dargli un piccolo aumento di risorse e quote crescenti di autonomia) e costruendo meccanismi in grado di incoraggiare il trasferimento di ciò che ha dimostrato di funzionare.
Gli indicatori su cui valutare le prestazioni devono essere pochi (quelli che misurano le competenze degli studenti nelle scuole, il numero di biglietti per i musei, il tasso di successo per determinate cure) e adattabili al singolo territorio.
Devono essere comprensibili e controllabili dagli stessi cittadini per utilizzarli come alleati per superare le resistenze e di essi devono rispondere i dirigenti – ed è sui dirigenti che si sta giustamente focalizzando il Ministro Madia – lasciando a costoro di decidere come, a loro volta, valuteranno i propri dipendenti. 

Il progresso, infine, della riforma va controllato e per farlo, si usi qualunque merito, anche le diapositive che usa il presidente del Consiglio per controllare l’avanzamento del suo programma di governo, aggiungendovi tempi, responsabilità e traguardi intermedi.
Il dipartimento Funzione Pubblica va, probabilmente, rinnovato per diventare un modello di come si supera l’autoreferenzialità di cui l’amministrazione pubblica soffre e al cambiamento deve essere totalmente dedicato: ai suoi dirigenti andrebbero assegnati gli specifici capitoli della riforma al cui conseguimento dovranno seguire progressioni di carriera e remunerazioni che non potranno che essere molto più differenziate.
Si fa presto a dire riforma. In realtà essa è un cantiere che richiede grandissime doti di leadership, tempi che sono, ovviamente, più lunghi di una legislatura. Visione sull’importanza della posta finale e pragmatismo di cominciare da risultati a breve che convincano tutti che il cambiamento conviene.

DALLA STAMPA_ LA SPESA PUBBLICA CHE CI SOFFOCA. INEFFICIENZE, ENTI CHE SI MOLTIPLICANO E PARADOSSI NEL RACCONTO DEL COMMISSARIO ALLA REVISIONE DELLA SPESA – Sergio Rizzo sul Corriere della Sera (26 maggio 2015)

LA SPESA PUBBLICA CHE CI SOFFOCA. INEFFICIENZE, ENTI CHE SI MOLTIPLICANO E PARADOSSI NEL RACCONTO DEL COMMISSARIO ALLA REVISIONE DELLA SPESA – Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 26 maggio 2015

«Ma se io avessi previsto tutto questo… forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare . Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo… forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare , semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui.

Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa…

Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido.

Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri.

Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione…

Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni…

Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro.

E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo.

La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico.

Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi.

Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno…». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche». Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione…». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».

Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef.