DALLA STAMPA – I BUROCRATI E IL PASSO CHE MANCA – Sabino Cassese sul Corriere della Sera (29 gennaio 2016)

DALLA STAMPA – “I BUROCRATI E IL PASSO CHE MANCA” – Sabino Cassese sul Corriere della Sera del 29 gennaio 2016 –

«Un buon passo avanti», l’ha definito il presidente del Consiglio dei ministri. Dei primi dieci testi di riforma amministrativa conosciamo i titoli e la direzione di marcia, che è quella giusta, nel segno della semplificazione. Qualche anno fa, venne calcolato in una decina di giorni per anno il tempo sottratto in media a ciascun italiano maggiorenne dai contatti con la burocrazia. Se un governo riuscisse a restituire anche la metà di questo tempo agli italiani (e a eliminare le rendite parassitarie dei mediatori che servono ad agevolare questi rapporti), compirebbe una fondamentale opera di giustizia risarcitoria. Ma semplificare non è facile, perché gli stessi governi che si propongono questo obiettivo, spesso per giusti motivi (ad esempio, aumentare la trasparenza e ridurre la corruzione), introducono nuove complicazioni.

Questo primo pezzo della riforma viene annunciato con un misto di aggressività (licenziamento dei «furbetti») e di timore (per gli esuberi che produce). Poiché in un’amministrazione ben funzionante c’è poco spazio per «furbetti»(e per corrotti), non si vede perché non fare il primo passo migliorando il modo in cui funziona la macchina dello Stato. La spiegazione va forse cercata in una certa ambivalenza della riforma amministrativa, che spinge il presidente del Consiglio dei ministri a usare il tema dell’anti-burocrazia, senza tuttavia andare fino in fondo.
Renzi sa che i vizi del pubblico impiego sono censurati anche in Quo vado? , ma con occhio divertito e tutto sommato benevolo, e che il pubblico dipendente è diviso tra la difesa dei suoi piccoli privilegi e la sofferenza per un sistema complessivamente poco funzionante, di cui quei piccoli privilegi fanno parte.
Il «piatto forte» della riforma deve ancora venire. È la nuova disciplina della dirigenza (per ora ci si è limitati ai dirigenti sanitari, con una soluzione di compromesso), per la quale si deve uscire dal vicolo cieco del sistema di patronato politico imboccato alla fine del secolo scorso,aprendo nuovi canali di promozione a «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi» (è uno dei sogni costituzionali rimasti inattuati).

E deve ancora venire il coinvolgimento della pubblica amministrazione nell’opera di riforma. Come osservò qualche tempo fa un acuto osservatore francese, noi italiani mettiamo troppa enfasi sul testo: fatta la legge, pensiamo che sia fatta la riforma. Perché i buoni intenti legislativi e governativi divengano realtà, occorre una cabina di regia, la preparazione della burocrazia al cambiamento, un accurato monitoraggio dell’attuazione e dei risultati, la segnalazione dei punti da correggere. Le riforme amministrative non si compiono da un giorno all’altro, con una sola decisione. Finora, il governo ha dato prova di attivismo, ma non è riuscito a far passare nelle istituzioni il «soffio repubblicano» (Léon Blum adoperò questa espressione al termine della sua esperienza di governo). Tra azione di governo e azione amministrativa vi è ancora scollamento, continue difficoltà, scarso dialogo. Questi si faranno sentire in particolare nella traduzione in realtà del disegno riformatore, che deve ancora affrontare il difficile percorso parlamentare di esame dei decreti delegati approvati dal governo.

DALLA STAMPA – IL MESSAGGERO.IT: IL BONUS A PRESCINDERE UNA PIAGA DI SISTEMA di Francesco Grillo

DALLA STAMPA – “IL BONUS A PRESCINDERE UNA PIAGA DI SISTEMA” – Francesco Grillo su Il Messaggero – 12 gennaio 2016 – 

La riforma dell’amministrazione pubblica italiana oppone al cambiamento una resistenza che – nel caso dei dipendenti del Comune di Roma – arriva al punto di preferirgli quello che assomiglia ad un suicidio. Proviamo seriamente a riflettere sui motivi per i quali  – dopo 25 anni di battaglie titaniche – torniamo sempre alla casella iniziale nel gioco dell’oca che ha come traguardo quello mitico della valutazione della produttività dei dipendenti pubblici.
Ora che il governo diverso sta per ingaggiare la sua battaglia campale e che i nodi delle riforme incompiute stanno venendo drammaticamente al pettine, è arrivato, forse, il momento di cambiare metodo. Il momento di sostituire l’idea stessa di una “riforma” complessiva da imporre con una legge dello Stato, con quella di un progetto di trasformazione organizzativa che inizi, pragmaticamente, dalle amministrazioni che sono più pronte. Ma anche dalle emergenze più eclatanti – come quella che riguarda la Capitale – che presentano il vantaggio paradossale di non poter essere più rinviate con l’ennesima proroga.
La vicenda del “salario accessorio” al Comune di Roma mostra nella Capitale l’ennesima piaga di sistema. Va detto subito che i dipendenti del Comune rischiano di perdere una quota dello stipendio solo per avere sciaguratamente rifiutato – con un referendum di qualche mese fa – un accordo tra giunta comunale e sindacati. Un accordo che aveva almeno il merito di legare ad un qualche elemento di produttività il salario “accessorio” che per anni è stato distribuito come se fosse fisso, cioè a pioggia.
Come argomentava Oscar Giannino su queste colonne ieri, è evidente che occorre un intervento definitivo che riporti alla certezza del diritto ciò che oggi vive in un’incertezza creata da leggi contraddittorie e dagli abusi che vi si annidano regolarmente, generando intollerabili posizioni di comodo.
L’urgenza di salvare la Capitale dal caos totale può, però, diventare un’opportunità: potrebbe convincere tutti a fare proprio a Roma  l’investimento di competenze necessario a costruire un sistema di valutazione semplice e condiviso che – dopo anni di convegni e patetiche imitazioni di ciò che succede nelle aziende private – manca quasi dovunque.
Ancora più preoccupante è, infatti, la circostanza che la finzione dei salari accessori sia questione molto più estesa e sistematica: riguarda altri enti locali e le aziende pubbliche; le Regioni, le università e gli stessi ministeri; non solo gli impiegati ma anche i dirigenti.
Essa si fonda, non solo, sulla diffidenza che buona parte dell’amministrazione pubblica oppone a qualsiasi tentativo di differenziare carriere e risorse allocate alle istituzioni sulla base dei risultati; ma anche sulla convinzione sbagliata che possa bastare uno dei “tavoli” che regolarmente le istituzioni convocano quando rischiano di essere travolte dall’emergenza, per dare alle amministrazioni competenze che non hanno.
Al dipartimento Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio che, pure, è la struttura che deve guidare la modernizzazione dell’amministrazione pubblica italiana, il 91% dei 150 dirigenti di seconda fascia riceve ogni anno esattamente lo stesso stipendio fino all’ultima cifra decimale (88.192,73 euro all’anno): ciò significa che sono assolutamente fisse le voci della busta paga definite “parte variabile” dalle stesse tabelle stabilite dall’amministrazione pubblica.
La realtà è che quasi tutte le amministrazioni italiane sono impreparate all’idea di misurare la prestazione: pretendere – come ha fatto il ministro Brunetta con la legge attualmente in vigore – di voler togliere fondi a chi la valutazione non la sa o può fare, significa innescare una bomba ad orologeria destinata ad esplodere in maniera, peraltro, casuale.
Che fare, dunque? La proposta è quella di rinunciare all’idea – tanto ambiziosa da diventare velleitaria – di poter cambiare tutto dall’alto ed in maniera sincronica. La riforma – se c’è – deve diventare un cantiere di trasformazioni da portare a realizzazione per settore – cominciando magari da quelli dove è più facile mettersi d’accordo su cosa misurare, ad esempio scuola , turismo, sanità – e per singole unità organizzative che vogliono fare da esploratori in un processo che deve poter ammettere la sperimentazione.
Evitando di mettere tutto insieme e di creare la complessità nella quale si sono persi tutti. Premiando chi accetta la sfida (una possibilità potrebbe essere di dargli un piccolo aumento di risorse e quote crescenti di autonomia) e costruendo meccanismi in grado di incoraggiare il trasferimento di ciò che ha dimostrato di funzionare.
Gli indicatori su cui valutare le prestazioni devono essere pochi (quelli che misurano le competenze degli studenti nelle scuole, il numero di biglietti per i musei, il tasso di successo per determinate cure) e adattabili al singolo territorio.
Devono essere comprensibili e controllabili dagli stessi cittadini per utilizzarli come alleati per superare le resistenze e di essi devono rispondere i dirigenti – ed è sui dirigenti che si sta giustamente focalizzando il Ministro Madia – lasciando a costoro di decidere come, a loro volta, valuteranno i propri dipendenti. 

Il progresso, infine, della riforma va controllato e per farlo, si usi qualunque merito, anche le diapositive che usa il presidente del Consiglio per controllare l’avanzamento del suo programma di governo, aggiungendovi tempi, responsabilità e traguardi intermedi.
Il dipartimento Funzione Pubblica va, probabilmente, rinnovato per diventare un modello di come si supera l’autoreferenzialità di cui l’amministrazione pubblica soffre e al cambiamento deve essere totalmente dedicato: ai suoi dirigenti andrebbero assegnati gli specifici capitoli della riforma al cui conseguimento dovranno seguire progressioni di carriera e remunerazioni che non potranno che essere molto più differenziate.
Si fa presto a dire riforma. In realtà essa è un cantiere che richiede grandissime doti di leadership, tempi che sono, ovviamente, più lunghi di una legislatura. Visione sull’importanza della posta finale e pragmatismo di cominciare da risultati a breve che convincano tutti che il cambiamento conviene.

DALLA STAMPA_ LA SPESA PUBBLICA CHE CI SOFFOCA. INEFFICIENZE, ENTI CHE SI MOLTIPLICANO E PARADOSSI NEL RACCONTO DEL COMMISSARIO ALLA REVISIONE DELLA SPESA – Sergio Rizzo sul Corriere della Sera (26 maggio 2015)

LA SPESA PUBBLICA CHE CI SOFFOCA. INEFFICIENZE, ENTI CHE SI MOLTIPLICANO E PARADOSSI NEL RACCONTO DEL COMMISSARIO ALLA REVISIONE DELLA SPESA – Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 26 maggio 2015

«Ma se io avessi previsto tutto questo… forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Carlo Cottarelli La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare . Un viaggio nel ventre della Bestia che succhia le nostre risorse più preziose. La Bestia, è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review, già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

Della determinazione con cui Carlo Cottarelli ha affrontato per un anno e dieci giorni il compito di commissario alla revisione della spesa, dice tutto una strofa della canzone L’Avvelenata di Francesco Guccini: «Ma sei io avessi previsto tutto questo… forse farei lo stesso». La frase è nella pagina bianca che apre il saggio di Cottarelli in libreria da domani, pubblicato da Feltrinelli. Un libro, La lista della spesa. La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare , semplicemente sorprendente. Non ha sassolini da togliersi, l’ex commissario. Anche se un altro, dopo la freddezza con cui l’attuale governo ha accolto la fine della sua esperienza, l’avrebbe fatto eccome. Non lui.

Leggere il libro è come fare un viaggio nel ventre della «Bestia» che succhia le nostre risorse più preziose, ma condotti da una guida esperta che ne ha già esplorato le viscere. Così bene da sfatare anche le convinzioni più pessimistiche. La «Bestia», è il messaggio dell’ex direttore del dipartimento di Finanza pubblica del Fondo monetario internazionale chiamato nell’ottobre 2013 da Enrico Letta per prendere il posto di commissario alla spending review già occupato da Enrico Bondi, non è invincibile. Prima sorpresa…

Certo, nemmeno per lui dev’essere stato facile affrontarla. A cominciare dai fondamentali. Dire che c’era chi remava contro, per esempio, era un eufemismo. Basta dire che dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro.

C’entra forse la caduta del governo Letta, che probabilmente ha segnato anche il destino di Cottarelli. Forse. Ma di sicuro c’entra anche la reazione della pubblica amministrazione. E di quello che l’ex commissario chiama benevolmente il suo «complicato mosaico». Cottarelli racconta di averne scoperto le dimensioni grazie a una stima della Funzione pubblica. Da brivido.

Sapete quante erano alla fine del 2012 le sole sedi territoriali dei ministeri? Circa 5.700. Numero al quale si devono però aggiungere 3.900 uffici di enti vigilati dai ministeri. Per un totale di 9.600. Senza però che in quelle quasi 10 mila sedi del solo Stato centrale, per capirci una ogni 6.250 italiani, siano comprese le migliaia di caserme della polizia e dei carabinieri.

Il fatto è, spiega Cottarelli, che lo Stato delle Regioni è ancora organizzato sul modello delle 110 Province (abolite?) con i loro 117 capoluoghi. Il ministero dell’Economia, per esempio, ha 103 commissioni tributarie, 102 comandi della Guardia di Finanza, 97 uffici dell’Agenzia delle Entrate, 93 Ragionerie territoriali dello Stato, 83 uffici delle Dogane. La Giustizia, oltre a tribunali e procure, ha 109 archivi notarili. Il Lavoro, 109 direzioni. L’Istruzione, 104 uffici scolastici e 108 sedi del Consiglio nazionale delle ricerche. L’Interno, 106 prefetture e 103 Questure. Il Corpo forestale dello Stato, vigilato dall’Agricoltura, ha 98 comandi locali. Il ministero dei Beni culturali, 120 soprintendenze e archivi di Stato. Lo Sviluppo economico vigila sulle 105 Camere di commercio, che a loro volta hanno 103 Camere di conciliazione…

Le sovrapposizioni e le inefficienze sono incalcolabili. Basta pensare alle cinque forze di polizia, che occupano 320 mila persone: con un rapporto fra agenti in servizio e abitanti superiore a quasi tutti i Paesi europei, inferiore soltanto a Cipro, Macedonia, Turchia, Spagna, Croazia, Grecia e Serbia. Cinque apparati ognuno dipendente da un ministero diverso, per una spesa che nel 2014 ha toccato 21 miliardi. Cinque apparati, con cinque amministrazioni diverse, cinque burocrazie differenti, cinque gestioni indipendenti per acquisti, forniture, divise, manutenzioni. Cinque apparati, che stampano e diffondono cinque pubblicazioni…

Per non dire delle diseconomie allucinanti che un sistema pubblico così congegnato riflette negli acquisiti di beni e servizi. Ci sono 34 mila uffici che gestiscono ogni anno un milione 200 mila procedure: ciascun bando costa da 50 mila a 500 mila euro.

E poi gli enti pubblici. La «migliore ricognizione» che Cottarelli dice di aver trovato è un documento della Camera che ne elenca 198, ma solo per quelli nazionali. Una lista nella quale compaiono casi come quello dell’Aci, eletto dall’ex commissario a simbolo dell’assoluta necessità di un intervento radicale in questo campo.

La ragione è che l’Automobile club d’Italia gestisce il Pra con un compenso pagato dagli automobilisti nella misura di 190 milioni annui attraverso le spese di immatricolazione e cambio di proprietà dei veicoli. Peccato che il Pubblico registro automobilistico altro non contenga, definizione di Cottarelli, che un «sottoinsieme» delle informazioni dell’Archivio nazionale dei veicoli del ministero dei Trasporti. Nonostante questo, non si è ancora riusciti a unificare i due archivi: ed è la dimostrazione delle difficoltà che si incontrano ogni volta che si cerca di toccare un ente pubblico.

Per non parlare di un’altra fonte di sprechi e inefficienze. Apparati pubblici tanto numerosi e ramificati vorrebbero un’attenta gestione degli immobili, con una ristrutturazione radicale di spazi antiquati e costosi. Il Regno Unito l’ha fatto: ha speso 7 miliardi e mezzo di euro, ma ha ridotto gli immobili occupati del 45 per cento, gli spazi del 35 per cento e ha dimezzato i costi.

Noi, niente affatto. Gli edifici sono vecchi, gli spazi si sprecano. Eppure i costi «potrebbero essere enormemente ridotti con un’adeguata ristrutturazione degli edifici. Solo di affitto si spendono due miliardi l’anno…». Vero è, insiste l’ex commissario, che «anche senza ristrutturazione qualche risparmio non trascurabile si potrebbe ottenere con un po’ più di buona volontà e attenzione per le risorse pubbliche». Racconta Cottarelli di aver partecipato a una riunione al ministero dell’Agricoltura in una bella giornata romana di sole. I termosifoni ancora accesi andavano al massimo e faceva così caldo che si dovevano tenere le finestre spalancate. Quando l’ha fatto notare, gli hanno assicurato «che erano gli ultimi giorni di accensione…». E qui la Revisione della spesa si scontra con qualcosa di veramente duro. Le abitudini inveterate di un Paese nel quale, come ammoniva Tommaso Padoa-Schioppa, «il denaro di tutti è considerato il denaro di nessuno».

Per la cronaca, i diritti del libro di Cottarelli saranno devoluti all’Unicef.

SPENDING REVIEW. TREDICIMILA UFFICI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE VERRANNO PASSATI AL SETACCIO. AL VIA IL MONITORAGGIO AFFIDATO ALL’ISTAT: AVRÀ CADENZA BIENNALE – dal Messaggero (25 febbraio 2015)

DALLA STAMPA: SPENDING REVIEW. TREDICIMILA UFFICI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE VERRANNO PASSATI AL SETACCIO. AL VIA IL MONITORAGGIO AFFIDATO ALL’ISTAT: AVRÀ CADENZA BIENNALE – Il Messaggero del 25 febbraio 2015

L’istat è già a lavoro sulla formulazione dei questionari che da settembre verranno spediti per conoscere meglio la macchina pubblica e per capire dove si può razionalizzare.

L’obiettivo è arrivare al censimento continuo, all’aggiornamento tempestivo su tutti i dati chiave del Paese: ora si fa un primo passo. Si parte con la Pubblica Amministrazione, con un piano che fa scattare il monitoraggio non più a cadenza decennale ma biennale. L’Istat è già a lavoro sulla formulazione dei questionari che da settembre verranno spediti online a tutte le amministrazioni, con 13 mila enti al setaccio. L’intenzione è quella di conoscere meglio la macchina pubblica e dove si può razionalizzare, in piena logica spending review.

In vista dell’avvio del nuovo censimento l’Istituto di statistica ha dedicato in settimana, mercoledì scorso, un seminario al tema, dal titolo ”Verso il censimento continuo delle istituzioni pubbliche”. Il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha parlato di un passaggio molto importante, da censimenti decennali a permanenti, come previsto dal cosiddetto decreto Sviluppo bis, di fine 2012. Un «grande cambiamento», ha spiegato, che comincia chiamando all’appello tutte le amministrazioni, dalla Pa centrale ai comuni.
 

I RISULTATI 

Per Alleva il risultato dell’indagine non si esaurirà in dati strutturali, ma verranno fuori elementi che «consentiranno anche di poter valutare la qualità delle prestazioni erogate dalle Pubbliche amministrazioni».

Franco Lorenzini, della direzione centrale Istat per le rilevazioni censuarie e i registri statistici, ha sottolineato che l’indagine «partirà da settembre» e sarà tutto, ha aggiunto, «a costo zero». 
Verranno utilizzati tutti i dati amministrativi già prodotti e alle pubbliche amministrazioni sarà chiesto di fornire le informazioni sui presidi pubblici presenti nel territorio e sui servizi che vengono offerti. Insomma, riassume Lorenzini, «il dove e il come» dell’azione pubblica. 

Lo scopo, ha evidenziato il responsabile dell’Istat, «è quello di arrivare a delineare un’analisi sull’efficacia e l’efficienza della Pubblica amministrazione sul territorio, perfettamente in linea con la spending review».

Per il capo dipartimento della Funzione pubblica, Pia Marconi, si tratta di un progetto «ambizioso», in un’ottica di razionalizzazione che significa «migliorare la qualità della spesa, ma non necessariamente tagliandola». Conoscere meglio la Pubblica amministrazione vuol dire anche, ha sottolineato, avere a disposizione «dati che sono utili per prendere decisioni». Marconi ha messo l’accento sulla necessità di «misurare i servizi che sono svolti».

B.L.

GIUSEPPE FORTUNA AL CONVEGNO FORUM P.A. 2014 “TRASPARENZA E PRIVACY, DUE DIRITTI A CONFRONTO”. IL VIDEO E LE SLIDES (28 maggio 2014)

IL VIDEO DELL’INTERVENTO DI GIUSEPPE FORTUNA A FORUM PA 2014 – 28 maggio 2014 –

Alla pagina https://www.youtube.com/watch?v=-zBBaXHxDME il video dell’intervento che ho svolto il 28 maggio 2014, in qualità di direttore dello “Sportello Etpl” (efficienza trasparenza partecipazione legalità) e dello “Sportello Anticorruzione” dell’Associazione Finanzieri Cittadini e Solidarietà Ficiesse, al convegno “Trasparenza e privacy, due diritti a confronto” tenuto al Palazzo dei Congressi di Roma nell’ambito di Forum PA.

MESSAGGIO CENTRALE

Dobbiamo passare da pubbliche amministrazioni che misurano soltanto quello che fa comodo ai livelli nazionali ad amministrazioni focalizzate sull’individuazione e sul raggiungimento di obiettivi di miglioramento di ogni singolo territorio e che facciano far carriera ai dirigenti più bravi e non ai più obbedienti.

Le slides proiettate nell’intervento sono disponibili alla pagina http://www.giuseppefortuna.it/?p=2244.

FINANZIERI CITTADINI E SOLIDARIETÀ

COS’E’ FICIESSE – L’associazione Finanzieri Cittadini e Solidarietà è un’organizzazione civica costituita nel 1999 da una componente di cittadini militari appartenenti alla Guardia di Finanza e una componente di cittadini comuni. L’Associazione nasce per rispondere ad alcune esigenze molto sentite:

  • rendere le strutture militari più aperte e vicine alla società civile in attuazione del disposto dell’articolo 52, ultimo comma, della Costituzione;
  • incoraggiare una maggiore coscienza civica in materia di fiscalità e di contrasto all’evasione tributaria;
  • contribuire con proposte di innovazione legislativa a prevenire e contrastare l’inefficienza e la corruzione nelle pubbliche amministrazioni.

Ficiesse è presente sul territorio nazionale con 30 Sezioni, che vanno da Bolzano a Catania. Ha all’attivo più di 5mila iscritti e ha contatti e relazioni stabili con Caaf, Inca e La Rete Legale con l’obiettivo di garantire, ai propri soci, una rete di consulenze a 360 gradi che ruotano attorno al mondo del lavoro e della previdenza.

Nei suoi venti anni di vita Ficiesse è divenuta un punto di riferimento e un vero e proprio laboratorio d’idee per gli appartenenti alla Guardia di Finanza e nel mondo delle Forze di Polizia a ordinamento militare.

Affida la propria comunicazione esterna al sito internet Ficiesse.it che nel corso di  anni ha superato i 52 milioni di visite con più di 70mila contatti unici mensili.

LA CONCEZIONE ETPL DEL PROGETTO ITALIA TRASPARENTE

LA CONCEZIONE ETPL DEL PROGETTO ITALIA TRASPARENTE

Nel nostro Paese le pubbliche amministrazioni sono non di rado ancora oggi avvertite come “MACCHINE DEI MISTERI”, strutture dal funzionamento ermetico e incomprensibile perfino ai dipendenti che vi lavorano, figuriamoci per chi proviene dall’esterno, come un’organizzazione civica, un’associazione di categoria, un assessore, un sindaco e talvolta perfino un ministro.

Eppure, sono trascorsi quasi trent’anni dalla LEGGE 241 DEL 1990 che, si disse allora, avrebbero trasformato le amministrazioni italiane nelle “case di vetro” sognate un secolo prima da Filippo Turati. Un lungo lasso di tempo durante il quale sono intervenute anche molte altre norme: per separare funzioni e compiti della politica da quelli della dirigenza, per affiancare un sistema di contabilità economica alla tradizionale contabilità finanziaria, per costituire dipartimenti, autorità, servizi e organismi interni ed esterni di valutazione e controllo, per definire e dare attuazione al concetto di “TRASPARENZA TOTALE”.

Com’è possibile, perciò, essere ancora così indietro nella classifiche internazionali dell’efficienza, della trasparenza e della corruzione?

A nostro avviso, il motivo sta scritto a chiare lettere nell’ARTICOLO 18 DEL DECRETO LEGISLATIVO 165 DEL 2001, il testo unico sull’ordinamento delle amministrazioni pubbliche, per il quale <<sulla base delle indicazioni di cui all’articolo 59 del presente decreto I DIRIGENTI preposti ad uffici dirigenziali di livello generale ADOTTANO  misure organizzative idonee a consentire la rilevazione e l’analisi dei costi e dei rendimenti dell’attività amministrativa, della gestione e delle decisioni organizzative>>.

Il successivo articolo 59 del decreto 165 richiama, però, soltanto il rispetto delle disposizioni del Ministero dell’Economia e del Dipartimento della Funzione pubblica in tema di controllo finanziario dei costi, DISPOSIZIONI – ecco il punto CHE RIMANGONO SU UN’IMPOSTAZIONE ASSOLUTAMENTE  “FORMALE” DEL SISTEMA DI CONTABILITÀ ECONOMICA (di fatto, poco più della mera elencazione di missioni e programmi) lasciando ancora oggi ai vertici dirigenziali delle singole amministrazioni le DECISIONI SOSTANZIALI, di dettaglio, su quali dimensioni elementari misurare, su “come” misurarle e addirittura  “se” misurarle. Criteri, peraltro, che possono essere adottati per un anno e stravolti nell’anno successivo SENZA DOVER DAR CONTO A NESSUNO.

Insomma, è come se codice civile, discipline ragionieristiche e leggi d’imposta consentissero ai titolari delle imprese di decidere, a loro completa discrezione, quali poste considerare elementi positivi e negativi di reddito e con quali criteri contabili rappresentarle nei bilanci di periodo. Chi è che pagherebbe le imposte?

Il risultato è l’AUTOREFERENZIALITA’: su aspetti di tale essenziale rilievo ciascun vertice rimane libero, incredibilmente, di fare come ritiene.

Da queste osservazioni prendono le mosse i “SISTEMI ETPL”, le nuove e originali metodologie di contabilità economica pubblica che considerano e integrano tra loro quattro “prospettive”: quella dell’Efficienza, che individua i fenomeni gestionali da rilevare e le regole comuni di rilevazione, quella della Trasparenza, che determina i dati da rendere pubblici con la pubblicazione sistematica sui siti internet o a seguito di richiesta degli stakeholder esterni,  quella delle modalità di Partecipazione delle organizzazioni civiche, delle organizzazioni sindacali e delle associazioni di categoria che chiedono di essere coinvolte nei momenti della determinazione degli obiettivi  e della valutazione dei risultati effettivamente conseguiti e infine quella della Legalità praticata e diffusa nei singoli territori che deve essere incentivata con meccanismi premiali.

Le osservazioni di partenza dei sistemi e delle metodologie Etpl sono tre.

La PRIMA è che LE ORGANIZZAZIONI PUBBLICHE TENDONO, come quelle orientate al mercato, A CONCENTRARSI SUGLI OBIETTIVI ESPRESSI IN NUMERI ESATTI DA RAGGIUNGERE IN TEMPI CERTI (rappresentati normalmente dall’anno).

Sennonché, rispetto alle organizzazioni for profit le pubbliche amministrazioni hanno un handicap: non incontrano la dimensione numerica finale, certa ed esatta, dei ricavi, cioè degli incassi provenienti dalle vendite dei beni e servizi prodotti, dimensione che misura e qualifica in modo chiaro ed immediato, e non opinabile, il risultato finale della gestione attraverso la contrapposizione tra il totale del denaro speso per l’acquisto dei fattori della produzione e il totale del denaro incassato dalle vendite di beni e servizi oggetto dell’attività.

Sta qui il motivo di tutte le difficoltà: poiché i servizi pubblici non sono venduti ma “erogati”, quali altri numeri “certi” conviene misurare oltre ai “costi” e in luogo dei “ricavi” per determinare gli obiettivi aritmetici di miglioramento attesi?

La risposta la dà la SECONDA OSSERVAZIONE di partenza dei sistemi e delle metodologie Etpl: per le pubbliche amministrazioni, oltre agli andamenti finanziari dei COSTI (oggetto da sempre della contabilità finanziaria) vanno contemporaneamente SEMPRE MISURATI anche gli andamenti numerici di altre “TRE DIMENSIONI MINIME ESSENZIALI”:

1) le esatte quantità di risorse umane assorbite dai processi di lavoro (i cosidetti impieghi);

2) i prodotti finali realizzati e “consegnati” ai clienti esterni (i cosidetti output);

3) i fenomeni socioeconomici di competenza istituzionale che si verificano sui territori (i cosidetti outcome).

Dimensioni che definiamo “minime essenziali” perché, alla stregua della dimensione finanziaria, sono anch’esse “fisiche”, e quindi non stimate, “semplici”, e quindi intuitive e facilmente comprensibili anche dai non addetti ai lavori, “sempre presenti” in tutte le organizzazioni finanziate da imposte, tasse e contributi, nessuna esclusa.

La TERZA OSSERVAZIONE fondamentale è che GLI OBIETTIVI NUMERICI DI MIGLIORAMENTO di impieghi, output e outcome DA RAGGIUNGERE ENTRO L’ANNO VANNO DETERMINATI PRENDENDO A RIFERIMENTO, ogni volta che sia materialmente possibile, non medie, standard o spending review di tipo lineare e indistinto ma LE “PRESTAZIONI NUMERICHE MIGLIORI” di impieghi, output e outcome CERTAMENTE GIÀ  RAGGIUNTE dai cosidetti best in class.

I sistemi Etpl, infatti, si basano sul “benchmarking”, tecnica studiata e adottata con successo nel mondo delle imprese private attraverso la quale:

a) vengono individuati i RISULTATI MIGLIORI CHE SONO STATI “CERTAMENTE” CONSEGUITI (benchmark) in termini di impieghi, output e outcome risultanti dai confronti delle prestazioni numeriche di gruppi di organizzazioni e/o di strutture interne omologhe;

b) vengono svolte analisi sulle modalità di organizzazione e di lavorazione che tali prestazioni eccellenti hanno reso possibili per poterle replicare altrove;

c) vengono fissati OBIETTIVI NUMERICI ANNUALI di avvicinamento graduale alle prestazioni benchmark e, per i best in class, di mantenimento dei già raggiunti livelli numerici di eccellenza.

Fino al 2016, le metodologie Etpl, come previsto dall’articolo 18 del decreto 165, potevano essere attuate soltanto su decisione dei dirigenti di vertice, quindi attraverso “PERCORSI DALL’ALTO”, come avvenuto nella Guardia di Finanza, che ha introdotto nel 1997 il SIRIS, primo sistema informativo Etpl sugli “impieghi effettivi” delle risorse umane espressi in ore/persona, e tra il 2003 e il 2004 nell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali con l’elaborazione del SID, sistema informativo direzionale impostato alle logiche Etpl, nonché nel 2014, sebbene per un brevissimo periodo, presso il Comune di

I percorsi dall’alto sono quelli preferibili perché di attuazione molto rapida. Infatti, in una pubblica amministrazione di dimensioni medio/piccole i percorsi Etpl cominciano a dare frutti in soli tre/sei mesi, in una di dimensioni medio/grandi dimensioni in sei/dodici. Ma, purtroppo, come abbiamo visto, tali interventi non sono obbligatori in vigenza del decreto 165/2001, articolo 18.

Dal 23 dicembre 2016, però, è stato introdotto nel nostro ordinamento un nuovissimo diritto che ha permesso di intraprendere, oltre ai percorsi Etpl dall’alto, anche “PERCORSI DAL BASSO”, su iniziativa di soggetti del tutto esterni alle organizzazioni pubbliche considerate.

Stiamo parlando dell’ACCESSO CIVICO GENERALIZZATO, la versione italiana del FOIA, il Freedom of information act in vigore negli Stati Uniti dal 1966 (e in Svezia dal XVIII secolo), che permette oggi a “chiunque” di chiedere e ottenere qualunque dato, documento e informazione detenuto da qualsivoglia pubblica amministrazione senza necessità di specificare i motivi della richiesta e diritto, in caso di rigetto totale o parziale dell’istanza, di ricorrere al giudice amministrativo. 

A seguito di tale novità, l’Associazione Finanzieri Cittadini e Solidarietà – FICIESSE ha deciso di unire le esperienze condotte tra il 1993 e il 2014 presso la Guardia di Finanza, il Garante della privacy e il Comune di Tivoli con quelle di “negoziazione sociale territoriale” condotte da diversi anni dal SINDACATO PENSIONATI ITALIANI SPI-CGIL in numerosi comuni, province e regioni, avviando i Gruppi di lavoro del “ PROGETTO ETPL ITALIA TRASPARENTE descritti in un apposito Manuale in versioni successive (si veda https://www.italiatrasparente.it/?page_id=7).

L’ultima versione del Manuale, datata 4 marzo 2019, è divisa in tre parti. Nella prima sono illustrate le terminologie, i concetti e le regole di base delle logiche Etpl; nella seconda sono illustrati i “percorsi dal basso” dei Gruppi di lavoro già avviati; nella terza si fa cenno ai “percorsi dall’alto” sperimentati nella Guardia di Finanza, nel Garante della privacy e nel Comune di Tivoli.

Nel sito WWW.ITALIATRASPARENTE.IT sono pubblicati tutti gli atti e documenti prodotti, le istanze presentate e le risposte ricevute, i ricorsi a TAR e Consiglio di Stato e relative sentenze.

Con piena libertà, per chiunque lo desideri, di trarne spunto.

L’ultima versione del  Manuale Etpl del Progetto Italia trasparente si può scaricare DA QUI.